venerdì 23 dicembre 2016

UNA STORIA DI NATALE - Un racconto


Auguri a tutti, a voi e ai vostri cari. Che sia un Natale sereno e felice per tutti. Un mio piccolo regalo per voi.

UNA STORIA DI NATALE
di Viviana Giorgi

Se c’era una cosa che Valentina non sopportava, era il Natale. Ne aveva viste così tante in quel giorno, che ormai ogni inizio di dicembre si rifugiava a San Giulio, un villaggio di poche anime incastonato in una valle aspra e fredda delle Dolomiti. Lì, nonostante il mercatino natalizio e la processione della vigilia, poteva scordarsi il Natale ed evitare seccature continue quali inviti, regali inutili e abbracci da perfetti sconosciuti.

O sguardi compassionevoli. Eh sì, perché, fra le varie cose spiacevoli che le erano successe il 25 dicembre, tre anni prima, c’era stato anche il tanti saluti e baci del suo fidanzato. E le litigate dei suoi genitori, allora? Puntuali a Natale. Non c’era da sorprendersi che lo odiasse.
Anche quell’anno Vale si rintanò a San Giulio e la mattina della vigilia scese in paese per le ultime spese; lo fece un po’più presto del solito per evitare la nevicata prodigiosa che, a sentire Karl, il Giuliacci locale, sarebbe cominciata proprio quel pomeriggio.
“Ciao Fale” la salutò Ulrich non appena mise piede all’emporio. Ex nazionale di discesa libera e ora maestro di sci, non aveva ancora abbandonato la speranza di portarsela a letto. 
“Non fieni con me alla fiacolata, stanotte?” le chiese con quel suo accento alla Gustav Thoeni tentando un approccio tra gli scaffali della pasta.

“Quante volte ti devo ripetere che ho chiuso con voi maschi bastardi?” rispose lei ridendo.
“Una notte con me, e kampieresti idea.”
Lei alzò un sopracciglio dubbioso, gli appoggiò entrambe le mani sul petto e lo spinse via.
Fu in quel momento che il campanello della porta tintinnò e un uomo si affacciò alla soglia. Aveva il volto stravolto e arrossato e, a giudicare dagli abiti firmati che indossava, non doveva essere di quelle parti.
“Avete visto un bambino di otto anni, alto così, con i capelli rossi e una giaccavento blu?” chiese affannato.
“Temo di no” rispose Agnese, la proprietaria dell’emporio. “Guardi più avanti, c’è un negozio che vende giocattoli, magari è lì.”
L’uomo, in evidente stato confusionale, accennò un saluto e uscì facendo di nuovo tintinnare il campanello.
“Un altro stronzo che si è perso il figlio” commentò acida Vale, che conosceva bene quel tipo d’uomo, avendone avuto uno per padre.


Lo chalet di Valentina si trovava a un paio di chilometri a nord del paese, tra la pista di fondo e un bosco di abeti. Per Vale non esisteva luogo più bello al mondo, soprattutto quando la neve era così alta e l’aria profumava di resina e di legna bruciata. Parcheggiò il fuoristrada, prese le borse della spesa dal baule ed entrò in casa, accolta da un gatto grasso, multicolor e di certo un po’ sordo, perché neppure lui si accorse dell’ospite misterioso che scivolò silenzioso fuori dalla Jeep e si infilò subito dopo in casa.
Vale si preparò un panino poi, col piatto in mano, andò in soggiorno dove il computer già l’aspettava acceso a pagina 129 del suo nuovo romanzo. Addentò il sandwich e rilesse le ultime righe, ancora indecisa su come proseguire. Aveva bisogno di un piccolo colpo di scena, qualcosa di inaspettato, come…come… One way or another degli One Direction suonata a tutto volume?
Facendo volare in aria il panino, si alzò di scatto e, pur non desiderando altro che darsela a gambe, si guardò intorno per cercare di individuare la sorgente di quella musica infernale che nel frattempo era già finita.

Ecco, lì, dietro il divano, qualcosa si stava muovendo. E non era il gatto multicolor.
“Chi c’è?” chiese Vale, brandendo una sedia come un domatore di tigri. “So che sei lì dietro, fatti avanti.”
Gli One Direction ci riprovarono una seconda volta, ma vennero di nuovo zittiti.
Vale si avvicinò al divano col cuore in gola per il terrore, sperando di non trovare lì dietro i fantasmi del Natale in visita di cortesia come a casa Scrooge.
“Vieni fuori da lì” ordinò, con voce un po’ stridula e il cuore che sembrava uscirle dal petto.  
Fu allora che dalla spalliera del divano spuntò una zazzera di capelli rossi, subito seguita dal viso terrorizzato di un ragazzino.
Avete visto un bambino di otto anni, alto così, con i capelli rossi e una giaccavento blu? Aveva chiesto quell’uomo. Be’, eccolo lì. In carne e ossa e a casa sua. 
Vale lasciò andare un respiro di sollievo.

“Sei solo un ragazzino e per poco mi hai causato un infarto. O forse è stata quella canzone!”
“Non ti piacciono gli One Direction?”
“Preferisco gli Stones.”
“Chi sono?”

“Chi sonoooo? Ma senti questo moccioso!”
Gli occhi del piccolo diventarono ancora più grandi e tondi.
“Allora, bambino pestifero, come ti chiami?”
“Marco.”
“Marco, sai che tuo padre ti sta cercando e che a questo punto avrà chiamato anche l’Interpool, sempre che non sia già morto di paura?”
“Il papà è morto?” chiese il ragazzino spalancando anche la bocca.

“Be’…è possibile. E se è così ce l’avrai sulla coscienza per tutta la vita” gli disse, più perfida della strega cattiva del Mago di Oz. E infatti, il piccolo scoppiò a piangere.
Mannaggia, ci mancavano le lacrime! Ma che ne sapeva lei di ragazzini, a parte che erano insopportabili almeno quanto il Natale?
Di nuovo gli One Direction. 
“Non sarà mica la suoneria di un cellulare, quella?” gli chiese.

Il ragazzino la fissò con occhi grandi, tondi e ora anche bagnati e impauriti. Lei si avvicinò con la mano tesa, inflessibile come la signorina Rottenmeier.
“Avanti dammelo, che sarà tuo padre. Non ci tieni a sapere se è ancora vivo?”
Il ragazzino mosse la testa in su e giù in modo frenetico, poi stese il braccio e le passò il cellulare, mentre una grossa lacrima gli rotolava giù dalla guancia.
Lei premette il tasto recall e il padre stronzo rispose al primo trillo.
“Marco, dove diavolo sei?”
“Non sono Marco. Mi chiamo Valentina e stia tranquillo, suo figlio è sano e salvo a casa mia. Non mi chieda come abbia fatto ad arrivare fin qui perché non lo so. Venga invece subito a riprenderselo.” Gli diede quindi le indicazioni necessarie e tolse la comunicazione. Con un sospiro si lasciò cadere sul divano e con sorpresa vide il piccolo uscire dal suo nascondiglio e sistemarsi come un cucciolo spaurito accanto lei. Era caldo e tenero, e orrendamente bagnaticcio di lacrime.
 “Perché tu non hai l’albero di Natale?” le chiese.
“E tu perché sei scappato?”
“Perché io non voglio passare il Natale con quella. La odio.”


Il padre distratto arrivò dieci minuti dopo, sempre più in stato confusionale ma forse un po’ meno stronzo di prima. Irruppe nello chalet come uno SWAT ma, non appena vide il visetto del figlio, lasciò perdere ogni discorso preconfezionato e pensò solo a stringerlo fra le braccia con uno sguardo così carico d’amore e di riconoscenza che Vale sentì qualcosa partirle dal petto, arrivarle in gola e stringerla sino quasi a soffocarla. Con la scusa di lasciare padre e figlio soli a risolvere i loro problemi, scappò in cucina dove per un po’ lottò con quello stupido groppo che non le andava né su né giù. Poi, per non pensarci, si mise a trafficare finchè un bel vassoio non fu carico di cibo.
“Ho immaginato che il bambino avesse fame” disse rientrando in salotto col vassoio. Fu allora che li vide, il padre seduto sul divano, il ragazzino addormentato, abbarbicato a lui come un cucciolo di coala.
L’uomo le sorrise e le tese la mano. Aveva occhi blu che brillavano di felicità e un sorriso che le si infilò nel cuore e glielo scaldò più di un raggio di sole.
“Mi chiamo Andrea” le disse, mentre lei gli stringeva la mano con troppa forza, “grazie per quello che ha fatto per Marco.”
“Oh, non ho fatto nulla. Temo che sia stato suo figlio a fare qualcosa per me” mormorò confusa, sedendosi al suo fianco. I loro occhi si incontrarono e per qualche secondo si parlarono come solo gli occhi sanno fare.
“Credo che oggi questo ragazzino abbia fatto molto anche per me” disse infine lui, sospirando e appoggiando le labbra sulla fronte del piccolo.
Vale assentì col capo, poi, sorprendendo se stessa, chiese:
“Mi accompagnerebbe con suo figlio a comprare un albero di Natale, più tardi?”
“Tutti gli alberi che vuole. Non ho altri programmi, questo Natale.”
“Forse nevicherà.”
“Bene, adoro la neve.”
“Anch’io.”         






 Buon Natale a voi e ai vostri cari!

Yours Truly
                     Viviana




2 commenti:

  1. Stupendo Viviana😍.. ti auguro buon Natale , in grande abbraccio
    (Attendo il seguito)😜⭐️

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    1. Grazie Vale! Sei sempre una stella!
      Ancora auguri! :)

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